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Fogli Barocchi dalla raccolta di Maurizio Nobile

a cura Marco Riccòmini

Castel Sismondo piazza Malatesta, 28 aprile – 15 luglio 2018

 Fogli barocchi, ovvero bolognesi, dal Guercino al Giani faentino, dalla metà del Seicento agli sgoccioli del Settecento; ossia dal Barocco al Neoclassicismo. Fogli di studio ed esercizi della mano, in vista di opere celebri oppure usciti da aule di lezione. Che era quello che a Bologna a quel tempo andavano raccomandando gli insegnanti nelle classi del nudo, poi in Accademia Clementina, ed anche lo Zanotti, che di quella scuola scrisse la storia: «l’aggiustatezza del disegno, e il trattarlo con eleganza, e franchezza, è quello principalmente, che un giovane dee studiare» andava ripetendo, sulle pagine della sua Storia dell’Accademia Clementina (1739). Dai Carracci in poi, dalla loro prima Accademia, detta allora degli Incamminati, la pratica del disegno divenne a Bologna il fondamento primo di ogni disciplina artistica. E da quei primi anni si comincia qui con lo studio a penna quasi veristico d’uno scarnito Girolamo nel deserto, del Guercino. Lo seguono i più bei nomi dal finire del Seicento fino a tutto il Settecento, da Donato Creti (con una misteriosa Sibilla, che frulla un globo sulla punta delle dita) alla suite di quattro favole mitologiche inventate a carboncino da Gaetano Gandolfi (Mercurio e Argo, Ratto di Dejanira, quello d’Europa, e poi Venere che scopre il corpo di Adone), a preparare una serie di erudite tele ottagonali. E siccome lo Zanotti ammoniva i giovani che ai maestri del passato occorreva anche affiancare lo studio dal vero, ecco che non manca in questo gruppo un bel nudo a matita rossa di Ubaldo Gandolfi, uscito dalle aule della Clementina. Chiude la serie la colorata Danza delle Ore del piemontese fattosi bolognese Felice Giani, che studia o ricorda la volta della sala ellittica del gabinetto di astronomia di palazzo Laderchi a Faenza, eseguita nel 1796 per il conte Achille, quando le truppe di Napoleone stavano per entrare nelle Romagne.

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